Come scegliere via migliore se non quella di farci guidare dalle parole stesse di Gianpietro alla scoperta della sua vita, vita semplice e al tempo stesso vissuta sempre con immenso entusiasmo.
Nascere tredicesimo in una famiglia di sedici fratelli è ormai un evento più unico che raro. Al giorno d’oggi, un figlio o due, tanto per fare la coppia. Ma ci si ferma lì, per esigenze economiche e per mancanza di tempo per accudire i figli, si dice. Forse è solo per evitare fastidi e preoccupazioni e poter pensare più a se stessi.
Non era un fatto eccezionale, invece, nella bergamasca prima della seconda guerra mondiale. I figli erano un dono di Dio, braccia per lavorare i campi, eredi del destino dei padri e dei nonni. E poi, perché non ricordarlo, la fede imponeva agli sposi (perché allora ci si sposava, non si conviveva) di non mettere ostacoli alla possibile nascita di figli. E su questo ognuno la vedeva e si comportava a modo suo. E poi non c’era la televisione……
Mia madre la pensava a modo suo, sempre con il sorriso sulle labbra. Alla domanda perché avesse avuto sedici figli, rispondeva che eran quelli che il buon Dio le aveva dato. Alla domanda perché non farsi un po’ furba in queste cose (e le donne sanno bene cosa vuol dire questo), rispondeva che mio padre lavorava talmente tanto che meritava certamente tutte le attenzioni che l’amore coniugale portava con sé. Punto e a capo. Detto questo, mai mettere limiti alla Provvidenza del Signore!
Mio padre lavorava effettivamente due giornate piene di fatica: al mattino presto c’erano le mucche da accudire e da mungere nella stalla vicino alla casa colonica di famiglia; poi dalla prima mattinata fino al tardo pomeriggio faceva l’operaio presso una fornace del paese vicino; infine, alla sera, nuovamente contadino per tutto quel che riguardava la coltivazione dei campi. E allora non c’erano trattori o macchine ma si arava con i buoi, sostituiti poi, per necessità e resa, dalle mucche che oltre al lavoro pesante davano anche il latte, alimento essenziale nel menù contadino.
E così sono stato il tredicesimo figlio, che arrivava nel 1949 dopo la morte di due gemelli nel 1947, morti di malattia qualche giorno dopo la loro nascita; nel 1948 ci fu la nascita e la morte di un'altro fratello, a causa dell’asfissia per il cordone ombelicale. C’erano state altre due sorelline morte rispettivamente nel 1935 e nel 1941 per malattie endemiche e ce ne sarà un’altra nel 1953, sempre a causa di asfissia per il cordone ombelicale. Erano gli angioletti di nostra madre, che se li ricordava sempre, col sorriso sulle labbra come era sua caratteristica ma con tanto soffuso dolore. Solo in questi ultimi anni, padre e nonno anch’io, ho preso cognizione di questo.
[...] In totale, siamo diventati grandi in dieci, cinque maschi e cinque femmine, generando, a nostra volta, 32 figli. E da questi 34 nipoti e via di questo passo.
E poi sono nato in un piccolo paese di provincia, sulla riva sinistra dell’Adda, un paese storicamente inserito nella diocesi di Milano con rito ambrosiano ma sempre convintamente bergamasco, a contatto e a confronto con il territorio milanese poi comasco poi lecchese. Da questa situazione geografica e storica, in cui l’Adda ha fatto da confine ma anche da collegamento, traggono origine tante parole e certi influssi fonetici che distinguono la nostra parlata, il nostro dialetto, da tutti gli altri.